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PIERDAVIDE CARONE “Nanì e altri racconti…”

pierdAVIDE CARONE SUONI DEL SILENZIO

PIERDAVIDE CARONE “Nanì e altri racconti…”(Sony Music) Stando in meditazione realizzi un motivo d’orgoglio che può durare per una Vita s’essa è disciplinata all’aperto, in previsione di un sentimento, un modo sempre migliore per scoprirsi ad accertare il Tempo nell’incolumità di chi ti sta vicino. Ad alzata di mano, una crisi è in corso d’opera, e percepire la fonte dei perché equivale ad una verità per tutti quelli che non hanno il biglietto da visita per temere tutti e nessuno. Tra alti e bassi d’umore espresso appieno in tonalità ci auguriamo tutto ciò che meritiamo, tipo farsi un’idea imminente del pop, egemone sì, ma spesso sgraziato dall’illusione identificata nel rock, che rende variegata l’originalità dell’ironia, di uno spessore silente come la curiosità di vedersi estranei, con la dolce maturità da parte del singolo individuo su ballate non solo d’amore, roba di non poco conto per un cantautore proveniente dai talent-show originati rimanendo inghiottiti in un unico punto di vista, senza sentirsi fatto per fatto. Con una melodia a tutto tondo mandiamo tutto all’aria, compreso il diritto di essere arrabbiati con soggetti d’animare, fissati ad Arte per l’ultima volta con l’impronta di Lucio Dalla, che poi si espandono nel lusso di una voce lineare, nel voler essere chiari e popolari, con quel far discutere coi testi prima di tormentare sonoramente la memoria, senza una dichiarazione di agibilità in versi di poesia decadente, per ricominciare un volo nel senso dello stress fisico che lascia pensare su come investire in un ritorno strumentale in punta di piedi, un elemento di vantaggio ma pur sempre incerto nel ritenersi più che interessanti per ricominciare a fare i viaggi sulla pelle… interpretazioni ficcanti, trattenute adombrandosi per l’occasione. Tra gli attestati di partecipazione si gioca sulle rappresentazioni di un dramma per ricordare solamente una festa di colori, tra lodi e suppliche aventi movimenti lenti, edificanti fintanto che si spera a dismisura per noi, che si focalizzi l’attenzione sulla Natura, con l’alone commerciale da rivedere senza però risparmiare sull’età dei Pierdavide, sulle operazioni di accensione delle sirene d’allarme.

VOTO 8-/10
Vincenzo Calò

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99 POSSE “Curre curre guagliò”

curre

99 POSSE “Curre curre guagliò” (BMG)
Ridondanza di uscite chimeriche, da un Destino patriarcale rappato con la trasparenza di un’ironia che non sa più a quale santo votarsi. Una massa di scoglionamenti punita relegandola ad una panoramica estremizzata non per proprio volere fra indelebili segni migratori lasciati sulla pelle dei soliti ignoti, col senso del dovere influenzato da uno stato di palese autoreferenzialità occupato da tenebre dittatoriali. Funky amministrato sognando di aggredire le coscienze di un essere superiore solo ai suoi complessi d’inferiorità, per dichiarazioni ideologiche e incolori elevate al pesante potere di una libertà d’espressione che si percepisce nelle sonorità, dure come muri d’abbattere, di appiglio frequentemente elettronico e di reflusso squisitamente reggae, che pavimentano il moto ondoso dell’Anima, ribelle e simpatica per dialettica scurrile solo se non riesci a comprendere chi sei davvero tra le news conformi alle protezioni asociali, allargatesi al tempo che non si evolve, e che resta sentito dire per una versione tribale che rompa gli argini e induca così a vagare in un deserto etico da filmare senza esitazioni, con quella voce fresca dietro alla quale si cela la realtà precipitata nella compostezza dei cattivi maestri di un’atmosfera che non muta, sancendo fertilità pregressa, obiettiva, perdurando sui temi caldamente universali, sfregiati dalla cronaca fatta con quel formalismo che ti stacca dalle origini del peccato di vivere il percorso classista, tracciato utilizzando pure il blues, che si rivela in questo lavoro fintamente longilineo. Un messaggio d’avanzare colma il vuoto del vanto terreno al massimo della sua facilità di guida, che fa divertire fino ad esplodere come cordoglio nel corso di un principio d’autonomia umanitaria. Verdetti plastificati portano appresso i controlli su un territorio impreparato per scavalcare una cosa riconducibile alle armi di guerra, idee da sposare, d’individui da segnare di proposito con capacità morali trasferibili ripartendo da zero, ossia dalle teorie in maniera di acquisizione del Dolore. Per non puzzare inevitabilmente di terrore si fa un pensiero come passanti, ci contiamo sulle dita di una mano, in uno scatto di dignità. Per competenza dialettica il piacere di cambiare aria non ha luoghi per fantasticare, e tieni velocemente la parola nell’ordinaria condizione d’ordinanza, come il vestito attaccato alla pelle e tutto il resto a cascata, argomenti da portare in trasmissione, agli uomini senza pudore che disattivano un sistema operativo per strafare con riserva, giudicandosi come parte pertinente al Destino, quel lusso di piantarsi in asso e divenire autori di una Vita, di un sentimento da immaginare sulla base d’incarichi e nominativi di commercio a richiamare l’orgoglio civile livellabile nell’interesse rivolto ad un’imposizione elettiva che non ci tocca, né migliora la proiettività. Per non sembrare sempre quelli dell’emergenza si ha l’ardire di cantare a priori la concezione dell’essere alieno cogli estremi per una denuncia autorevole, spettacolarizzabile tra la vita e la morte come ad occuparsi comunque di problemi reali senza il divieto di sfumare. Non essendoci lo spazio per la qualità di un prodotto di grande sostanza si interviene con altrettanta violenza per avere delle umili origini in più giocate d’affanni, nel pieno di una cattiva amministrazione più o meno locale, che costa l’ingegnosità urbana, negata all’impaziente ripresa di un aiuto peccaminoso per non risultare appiccicosi come i bulli sulla strada che interpretano alla perfezione l’ufficiosità degli eventi.

Voto: 8+/10

Vincenzo Calò

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