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I TRE QUAQUARAQUA’ DELLO SQUADRISMO GIORNALISTICO

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I talebani della disinformazione, capeggiati dal califfo Feltri, che fece suo (ben oltre i limiti) il suggerimento di Gaetano Afeltra: «Piglia ‘o giornale e riempilo emmerd».
 I TRE QUAQUARAQUA’ DELLO SQUADRISMO GIORNALISTICO
Non so quanti di voi conoscono il giudizio, negativissimo, di Massimo D’Azeglio su certa stampa: «… era una grave sventura per ogni nazione, perché in luogo di essere potente leva di progresso e fiaccola di verità, era artifizio a nascondere il vero, e meretricio …». Lo scriveva, in un suo opuscolo, nel 1864. Era una giusta condanna allora e lo è ancora di più oggi. Lui faceva chiaro riferimento ai fogli mercenari che, a nome di un partito o di un candidato alla vita politica, avvelenavano l’opinione pubblica ricorrendo alla più bassa speculazione.  
Venivano finanziati dai ricchi, che miravano alle cariche pubbliche o a difendere una fazione partitica, per distruggere a livello personale, con argomenti diffamatori, gli avversari (o, meglio, i nemici) politici. Il giornalismo come arma impropria nella lotta politica all’ultimo sangue. Precisiamo: D’Azeglio non era naturalmente contro la libertà di stampa tout court, ma contro certa stampa. Quello che oggi chiamiamo giornalume.
Sono vent’anni che il trio Feltri-Sallusti-Belpietro è al soldo degli stessi padroni. Ma soprattutto di Berlusconi, alle cui mammelle hanno talmente succhiato fino ad arricchirsi. Merito loro? Dal punto di vista tecnico, sì: sono delle vecchie volpi. Eticamente, o deontologicamente, no: sono uomini da “galera”. Come i mercenari o i soldati di ventura, che mettevano le loro armi al servizio dei signorotti del tempo. E come quest’ultimi, spesso si sono affrontati tra loro. E anche traditi, quando in coppia sono sati al soldo di un solo padrone. Feltri e Belpietro, per dire, non si parlano più da tempo.

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DAL BERLUSCONISMO AL FASCIO-LEGHISMO

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DAL BERLUSCONISMO AL FASCIO-LEGHISMO

È un dato di fatto che questa destra, nonostante la sua rozzezza politica e ideologica, non cala di un voto. Né di fronte alla questione morale, né davanti alle ridicole piroette dei loro mediocrissimi leader. Berlusconi, Salvini e Meloni non temono inquisizioni, avvisi di garanzia, arresti e condanne. Possono mentire, corrompere e farsi corrompere, nonché rubare a piene mani e ripetute volte. Il loro elettorato rimane imperturbabile. Un po’ perché moralmente assomiglia ai loro leader, un po’ perché questi lo hanno catechizzato ben bene, facendo credere che sono – povere stelle – vittime della magistratura politicizzata. Inoltre, non va sottovalutato un altro aspetto. Del tutto politico. All’elettorato di destra basta essere contro la sinistra. Per il resto, ingoia tutto. È attraversato da quel filo nero che in Italia, per ragioni note e stranote, non è stato mai spezzato. Dopo la Prima Repubblica, per interessi di bottega, Berlusconi ne ereditò il filone perbenista (annidato nei due terzi della Dc). Poi sdoganò, per lo stesso motivo, il Msi-dn. Infine, ingoiò anche i due terzi dei craxiani, che avevano smesso da un pezzo di essere di sinistra. 

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LA MANO D’ARTISTA DI TUONO PETTINATO SI E’ FERMATA

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È morto a soli 44 anni un grande innovatore del fumetto italiano

LA MANO D’ARTISTA DI TUONO PETTINATO SI E’ FERMATA

Quando si dice la coincidenza. Non faccio in tempo a finire di leggere l’ultimo libro allegato al settimanale “Left” (“Happy Diaz” di Massimo Palma), che arriva la ferale notizia: la morte di Tuono Pettinato, il fumettista che ha arricchito con tredici ritratti il saggio di Palma. Un libro che racconta, a vent’anni dall’accaduto, la buia settimana di violenza giovanile e istituzionale in occasione del G8 di Genova (2001). E lo fa attraverso testi, memorie e formazione musicale di quella generazione i cui sogni furono spenti dalle botte nelle strade genovesi, nel chiuso delle carceri e dei mattatoi improvvisati.
Pettinato, al secolo Andrea Paggiaro, se n’è andato il 14 giugno scorso, dopo una lunga malattia, a soli 44 anni. Era nato a Pisa il 27 settembre 1976. Lo pseudonimo lo aveva “rubato” da una frase della “Biblioteca di babele” di Borges. È stato uno dei fumettisti e illustratori più noti e importanti della sua generazione. La sua collega fumettista Laura Scarpa così lo ricorda su Facebook: «Era buono, era bravo e aveva l’ironia acuta e lieve dell’intelligenza».

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IL QUARTETTO CETERA DELLA DISINFORMAZIONE

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IL QUARTETTO CETERA DELLA DISINFORMAZIONE

 «Tempo fa, a Barbara D’Urso … ». Stop. Qui ti blocchi, già indispettito. Eh, sì, perché non si può continuare a leggere un libro che, dopo la terza parola, incappi nella finta fatina di Canale 5. Con un gesto analogo a quello di Giletti quando scaraventò per terra il libro di Mario Capanna, butti il libro sulla poltrona accanto e ti metti a leggere altro. Parentesi: il gesto di Giletti era censurabile, e infatti fu sanzionato dalla Rai, perché avvenuto in pubblico, davanti a milioni di telespettatori. Ma io, nel mio privato, fuori dagli occhi di tutti, l’avrei pure potuto buttare nel camino. Cosa che non farei mai nei confronti di un libro. Non solo per il soldi spesi, ma soprattutto perché sono convinto che anche il peggiore dei libri alla fine contenga qualcosa di interessante.
Qualche giorno dopo, riprendo in mano il libro rifiutato d’istinto. E qui vi dico il titolo e gli autori: «Epidemia di balle. Tutte le bugie che ci hanno raccontato su Covid e vaccini» (Società editrice La Verità srl, 2021, pp. 128, 7,90 euro). Scritto a otto mani: Maurizio Belpietro, Francesco Borgonovo, Camilla Conti e Antonio Rossitto. Mi direte: visto il titolo e gli autori, avevi ragione. Perché l’hai comprato, allora? E perché ora lo recensisci? Dovrei darvi ragione. Ma chi si assume il compito masochistico di farne le pulci, visto che il quartetto fa purtroppo opinione, si deve invece sottoporre al martirio. Di certo non vi invito a comprarlo e a leggerlo.
I veri temi del libro, suddiviso in tre parti, non sono il Covid e i vaccini, ma il pregiudizio negativo sul governo Conte 2. Un pregiudizio, direi, ideologico e antropologico. Manifestato con disprezzo sia nei confronti delle idee sia delle persone. Del resto, Belpietro, direttore de “La Verità” e di “Panorama”, è un vecchio maestro (insieme a Feltri e Sallusti) in questo gioco squadristico di far fuori i nemici politici. Infatti, a dare il là al massacro è proprio Belpietro, detto “L’antipatico”, nella prefazione. (A proposito, è proprio lui che, dopo la terza parola, ha citato Barbara D’Urso). Nelle sue otto pagine dà la chiave di lettura al resto del libro. Richiamando alcuni fatti e personaggi, si è esibito con toni liquidatori in una serie di mezze verità. Tecnica notoriamente peggiore delle notizie completamente false, perché la manipolazione viene nascosta sotto la verosimiglianza.

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IL SEVERO GIUDIZIO DI GRAMSCI  SUL FRANCAVILLESE FRANCESCO RIBEZZO

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IL SEVERO GIUDIZIO DI GRAMSCI  SUL FRANCAVILLESE FRANCESCO RIBEZZO

A cura di Pietro Filomeno
Il grande sardo definiva “lorianismo” quella schiera di intellettuali affetti «da disorganicità, assenza di spirito critico sistematico, trascuratezza nello svolgimento dell’attività scientifica assenza di centralizzazione culturale, mollezza e indulgenza etica nel campo dell’attività scientifico culturale ecc., non adeguatamente combattute e rigidamente colpite». Anche se il termine nasce dal coevo economista Achille Loria (vedi pagina accanto), per Gramsci «ogni periodo ha il suo lorianismo più o meno compiuto e perfetto e ogni paese ha il suo». Francesco Ribezzo appartiene a questa schiera di pseudo-intellettuali. Se può essere di consolazione per la memoria di Ribezzo, diciamo subito che per Gramsci tra gli esponenti massimi di questa patologia intellettuale erano soprattutto Arturo Labriola, Filippo Turati e Luigi Einaudi.

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