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Libri

LEGGENDO "GLI OCCHI DI ASHA", DI ALESSANDRA IANNOTTA

alessandra iannotta suoni del silenzioLeggendo “Gli occhi di Asha”, di Alessandra Iannotta

La Iannotta travolge il lettore con la parola che comunque non esaspera proseguendo regolarmente per le vie di un romanzo incrollabile; con la protagonista, che in fondo sempre è Asha, in grado di pazientare per apprendere al meglio certe nozioni e bearsi di una luce nuova, sotto l’effetto di melodie necessarie per intensificarsi e sprigionare qualcosa d’incredibile, ch’equivale a un segreto dimenticato, che solo se preteso a pelle comporta la sconfitta di mali annebbianti la Coscienza, il raggiungimento in definitiva dell’animo umano.  L’entusiasmo nel fermare il tempo delle trasformazioni come a volerlo vivere, e ancor più alla vigilia di una  trasferta da compiere come ben poche, che richiede quindi una premurosità di gesti non indifferente, ebbene, il lettore può individuarlo… Maria sembrava di avere le idee ben chiare, non vedeva l’ora, istruitasi e acculturatasi con impegno e dedizione, di riprendere contatto con la sua autenticità terrena, fatta di frutti densi e di fiori profumati, come a riflettersi nel Sole, all’infinito… se non fosse stato che dall’esterno le destò interesse un ragazzo, con le sembianze della novità che va scrutata, manco si trattasse di un caleidoscopio emotivo incagliatosi tra i nervi dell’essere umano, suggestionato tanto da dover perseguire un obiettivo ora come ora lungi dall’avere la meglio materialisticamente, pur pensando che si era partiti lungi dal far innamorare Maria, così energica e rivoluzionaria al momento di sorridergli. Il romanzo gravita nella consapevolezza d’avere di che espandersi nell’etereo, ossia minuscole verità da ricongiungere riflettendo sulla maturità che serbiamo, da far uscire fuori a sorpresa… vedi Emma, il suo cancro che custodiva in una fisicità protesa all’altrove in contesti determinati personalmente, alla ricerca di un pianto liberatorio, per riempire una forma di comunicazione assoluta, che animasse quella ragione in più per suscitare spontaneità, estroversa all’origine del  bene comune, come a dover tornare bambina, e con la gioia seppur dura da ribadire colorando la sempiterna età dello sviluppo, di lì a poco.  Tra le linee della vita qui romanzate il Pensiero si scioglie per un abbaglio di luce che invita a riemergere da debolezze che sigillano i personaggi in mere ambiguità, a stare all’aria aperta per generare mai come prima purezza, aldilà di come si appare, e cioè immobili a scanso di un immaginario, di un’assicurazione sulla verità, potendo agire stravolgendo il male di esistere che incarniamo stressando gli altri per giunta, quando piuttosto la solidarietà va rimessa in ballo, includendo per intero diversi timori e confinamenti, rischiando guarda caso la vita, al pensiero che trattasi di questioni che prima o poi ci riguardano, che nutrono la fede nel Prossimo…!  L’autrice vuol farci capire che chiunque resterà soddisfatto compiendo precisamente ciò che desta animazione per sé, che chiunque si sentirà d’aver raggiunto il successo se inviterà gli altri ad amare, a cambiare per respirare di nuovo, il meglio da iniettare a un senso di trasporto purché questi lo si goda per davvero; consapevoli che senza prenderci troppo sul serio sarà possibile elevarci spiritualmente, nonostante la difficoltà di distinguere in un flash il vero dal falso, l’ansia dovuta dall’avere a che fare con l’immagine eterna di ciò che siamo.  Sfogliando le pagine, si può cogliere quella purezza d’animo dalla contemplazione del più classico dei fenomeni invernali, si stabilisce un contatto umano, terreno, per riscoprire fantasticamente una complessità di sensi che splende a patto che si demonizzi l’indifferenza; essendo solidali, difettando giustamente, per confrontarsi e apprendere nel profondo che la sfortuna non ci riguarda, che le idee non cambiano subito, appena iniziamo a svolgere una qualsiasi attività,  come a inficiare l’amore totalizzante, sul nascere.  L’autorevolezza si registra concretizzando desideri, al contempo si scrivono storie per appurare dei flop nella vita di ciascun individuo avente un percorso da fare singolarmente, sì, però potendo ritenersi migliori (nessuno escluso, ribadisco), e splendere di luce nuova… l’importante è rigonfiare la coscienza con la forza della volontà, alla scoperta di qualcosa da mantenere per sempre dentro di noi, probabilmente agendo da disperati, al fine di distinguersi dal futile, a portata di mano come la felicità ricavabile da gesti esemplari seppur innocui, oltre le apparenze.  L’autrice scatena scrivendo la sensazione d’incanto dipesa dall’altrove in un isolamento innato, per donne che seducono con grazia, mai alludendo a dei piaceri da consumare, percependo piuttosto il mutamento esistenziale nei loro corpi, coi giorni che passano lungi dalla svolta radicale, di una mestizia che però induce a impegnarsi per apprendere come scorgere il lato positivo dell’apatia, per non farsi travolgere da tormenti propri, tanto da essere costretti a seguire caotici estraniamenti… guarda caso Delia sapeva mantenere la bontà d’animo conseguendo stretti rapporti d’amicizia tutt’a un tratto, dimodoché la quotidianità le scandiva varie esperienze da fare, in mezzo al genere umano, pulsante, che deve brillare aldilà delle conquiste e dei fallimenti che giocoforza registriamo. Verso la fine, leggendo di Delia, colpisce come colui che piuttosto era propenso a investire su di lei in quanto scrittrice, ossia Carlo, si sentiva soprattutto fortunato di averla come amica, di affiancarla cogliendo quindi doni incredibili che parevano cadere dal cielo, tipo un legame inesauribile se l’uno rispetta l’altro, e dunque piacevole, desiderabile se si è in grado di ricreare qualcosa che diverta, che la memoria tralascia quando ci si concentra ad amare o a voler bene, in maniera distinta… ed ecco perché spesso affinché venga appurato un affetto bisogna intuirne l’assenza! La sincerità viene posta in essere con la sapienza, sapendo talvolta accontentarci di quel che abbiamo, e dunque risiedendo preferibilmente in un luogo dai vari, molteplici stili di comunicazione, perenne giacché attivo, che rigeneri corpi sensibili all’amore, verso creature capaci di focalizzarci appieno nonostante non sia arrivato ancora il tempo di prendere il nostro posto, anzi, scegliendo di non scendere sulla Terra, di celarsi nel cielo variabile, per ritemprare delle mamme assolutamente desiderose di ammettere di stare dalla loro parte… ed effettivamente Delia cura un dono fuori dal comune per colui che riuscì a partorire, un essere umano dalle potenzialità infinite purché confortato tra i respiri da fare amando qualcosa che non abbia prezzo.
Vincenzo Calò

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L’ODIO DI FRANCA VALERI PER IL FASCISMO

franca valeri libroL’ODIO DI FRANCA VALERI PER IL FASCISMO

Franca Valeri ci ha lasciato poco più di due mesi fa, il 9 agosto scorso, alla bella età di cent’anni. La nota e brava attrice, conosciuta soprattutto per la sua proverbiale interpretazione della “Signorina snob”, è stata anche una scrittrice, in particolare commediografa. A curare i suoi lavori teatrali, nel 2003, è stata Patrizia Zappa Mulas, attrice anch’essa. Di recente ha tracciato un ritratto, sul palco e dietro le quinte, della geniale attrice milanese (“Franca. Un’incompresa di successo”, Sem, pp. 160, euro 15), che sarà in libreria il 22 ottobre.
Nel libro compare l’ultimo racconto, rimasto sinora inedito, di Franca Valeri. Il numero dell’”Espresso” che è ancora in edicola  lo pubblica quasi integralmente (n. 42, 11 ottobre 2020, pp. 70-77). Si intitola “La sedia del nonno” e rievoca l’infanzia, i genitori e le leggi razziali. Lo abbiamo quindi letto in anteprima. Ci è parso di particolare interesse la parte relativa all’introduzione, nel 1938, delle leggi razziali e delle vicissitudini a cui andò incontro la sua famiglia.
Famiglia, a dire la verità, semi-ebrea. E per niente praticante. Alla maniera degli amici cattolici, che trascuravano la messa e le cerimonie connesse. Sua madre, cattolica, era addirittura del parere che «ormai sono tutti atei, anche i cattolici» (p. 74). E comunque, nella vana illusione di riparare la figlia da eventuali pericoli, la fece battezzare. I suoi nonni «erano già scomparsi alla soglia delle leggi razziali, non so come le avrebbero prese» (ivi).
Nonostante tutto, la sua famiglia riuscì a scampare miracolosamente allo stermino. Un coraggioso impiegato dell’anagrafe, a proprio rischio e pericolo, aggiornò i loro documenti con il cognome cambiato. Il padre e il fratello espatriarono in Svizzera. Lei e la madre, non potendo più rimanere a Milano, vennero aiutati da famiglie amiche, che le tennero nascoste nelle seconde case sul lago Maggiore. E quando anche lì le cose si misero male, ritornarono – con l’aiuto di un altro amico – a Milano. In un piccolo appartamento bombardato, dove rimasero tranquilli per alcuni mesi. Fino alla fine della guerra.
«Io covavo il mio odio per il fascismo e la mamma con il pensiero fisso ai nostri due in Svizzera, dei quali siamo riusciti ad avere solo poche notizie grazie a un altro conoscente … [ … ]. Quando abbiamo saputo  che Mussolini è stato arrestato e poi ammazzato, non vi dico quanto sono stata felice. Sapevo che non era un sentimento umanitario ma ho lasciato a casa mia madre terrorizzata e mi sono avviata con una folla verso piazzale Loreto, dove era appeso chi ci aveva reso la vita infelice per tanti anni…» (p. 76).
Una mattina – erano ancora in quella casa bombardata – sentono i passi di qualcuno che li chiama. Era il fratello Giulio, che ritornava dalla Svizzera prima del padre. «Giulio era scappato dal rifugio in cui era ancora trattenuto. La mamma era felice, aggrappata al suo bambinone che finalmente rivedeva, e aspettavamo di ritrovare papà. Eravamo sconvolte dalla gioia, la mamma in lacrime e piangevo anch’io … (pp. 76-75). Gioia comprensibile, dopo cinque lunghissimi anni in cui avevano vissuto sempre con l’ombra della morte sulle spalle.
La guerra era davvero finita. «Mi dava quella certezza il corpo appeso di chi è stato il responsabile della nostra disgrazia. E’ difficile dire i sentimenti che sono stati la guida della nostra resistenza. A poco a poco, è venuta la pace. Molto a poco a poco. Dopo un simile trambusto abbiamo ritrovato la vita, per me in particolare che ho iniziato la carriera teatrale. Che è stata lunga e fortunata … [ … ] (p. 77). La grande attrice aveva cent’anni, ma quel trauma era rimasto vivido nei suoi ricordi.
Pietro Filomeno
 

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Carla Strippoli, "#SoloperteGA" (Nulla die Ed.)

carla strippoli

"Un misto di generi d’intrattenimento comporta la lettura di una storia qualunque, per infondere delle confessioni riprese con la videocamera La diretta virtuale si frantuma in venti capitoli, con una sincerità di base su cui l’immaginario fa la propria parte in maniera alquanto spassosa e trasgredendo certi dettami morali. 

Effettivamente ci si pone dinanzi alla narrazione di un’invenzione; con l’autrice che c’ha messo del suo fino a piangere, gettando parole sui fogli spesso e volentieri quando fuori era buio pesto, domandandosi quale errore c’era da scontare oltre all’infinito sentimento che nutriva per un individuo che pensava ad altro illudendola sul fatto che persistesse un’attrazione reciproca.

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Le notti bianche Dostoevskiy

lenottibianche

Le notti bianche
Dostoevskiy,  una delle figure più ambigue e complesse della letteratura russa.  Uno dei primi autori che ha avuto il coraggio di indagare negli abissi della coscienza umana,  rivelando che in essa il confine tra il Bene e il Male non é così netto come volevano farci credere secoli e secoli di letteratura.  Nelle Notti Bianche troviamo il primo Dostoevskiy,  uno scrittore giovane,  entusiasta,  che studia con amorevole attenzione il cuore degli umili,  un uomo che dovrà ancora scoprire il terribile morso  della Siberia e che si illude ancora sulla bontà degli uomini. 

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Senza Forme - Barbarah Guglielmana

Senza Forme - Barbarah Guglielmana

Il dr. Giuseppe Marco d'Agostino  ci invia una gradita recensione della poesia "Senza Forme" scirtta da Barbarah Guglielmana e di cui è attualmente in libreria la sesta ristampa.
"Collo di donna che emergi dal mare, e porti coralli di capelli e occhi di fondale/ E pelle levigata dalle maree in un viso lieve...": si apre con un vocativo, un invito delicato eppure vibrante, il componimento poetico dal titolo Senza Forme vergato dalla penna mai scontata di Barbarah Guglielmana, medico con la passione della scrittura.

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