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IL CORONAVIRUS E LE PROTESTE E' LECITO "ASPETTARE"?

violence suoni del silenzio francesca

2020, l’anno che forse ha più scosso gli animi in qualsiasi parte. La situazione globale si trova ad affrontare una pandemia che mai, forse, ha scosso così tanto gli animi. Dalla brutale uccisione di George Floyd, le insurrezioni dei lavoratori in alcune città italiane, le elezioni americane che hanno visto la vittoria di Biden e la fine di Trump - ma non del trumpismo - le proteste in Polonia per il diritto vietato in favore dell’aborto, al riscaldamento globale che, ancora adesso, è un problema purtroppo preso poco in considerazione da molti, la paura attraversata nella prima ondata di contagi mista e la rabbia che ora dilaga durante questa seconda ondata, autorizza molte persone a voler moralizzare. È importante quantificare l’avere prudenza e aspettare che la situazione si calmi? Se ciò fosse importante, in un dopo che molti vogliono aspettare, si dovrebbe davvero parlare al modo di protestare? In una lettera scritta al padre Monaldo nel 1819, il grande autore Giacomo Leopardi scrive e manifesta l’odio per la prudenza, vile, che “lega e agghiaccia” tutti quanti e rende incapaci delle azioni. Come si potrebbe interpretare tutto questo? L’odio da parte dell’autore non è un odio verso l’uomo, ma un invito a prendere parte e lottare abbandonando “Quantunque per virtù vera” la modestia che pone l’animo ad aspettare e guardare, in silenzio, senza prendere parte, ma questo scatena un altro divario: si può realmente protestare in maniera non violenta? Se ciò si potesse fare, a livello storico, non avremmo parlato di “Presa della bastiglia” né di “Suffragette” per le quali le conquiste più grandi sono avvenute proprio mediante una protesta violenta. C’è un desiderio comune nel protestare ed è quello di farsi ascoltare, ma perché ciò si possa avverare è necessario, dunque, che la rivolta sia violenta, che i tumulti creino impatto, ma è utile considerare da chi e da dove parte la rivolta. Parlare al modo di protestare è una morale che, da sempre, si tende a fare anche senza una pandemia globale. Quest’ultima forse può aiutare i fautori di un pacifico protestare solo per il pericolo della diffusione del virus, ma può realmente ostacolare? Il fatto di protestare non nasce da una decisione avventata, bensì da quell’aspettare. L’aspettare da parte di donne, studenti, lavoratori eccetera i quali non fanno altro che sperare che qualcosa possa cambiare. È da chi è considerato in basso, quindi, che la rivolta nasce. Dal basso sia per la suddivisione e “sistemazione” sia per il luogo da dove la protesta vuole, e deve nascere. L’aspettare che qualcosa cambi porta, inevitabilmente al non protestare, al non parlare e far sentire la propria voce, aspettare che qualcosa si smuova e allo sperare, illusoriamente, che chi è in alto possa ascoltare. Quando ciò non avviene, nasce negli animi il diritto di protestare. Il protestare nasce dalla voglia di lottare per la libertà, la discriminazione, la suddivisione data dal privilegio e la voglia di cambiare. Nasce dal “black lives matter” dalla libertà di decidere con il proprio corpo, dalla voglia di non lasciarsi sopraffare, dal volersi liberare dalle catene che tengono imprigionata qualsiasi persona che si vede limitare. Analizzare tutte queste vicissitudini porta, unicamente, a considerare anche il ruolo centrale che occupa la violenza, ma si deve anche considerare un’altra distinzione fondamentalmente: La violenza contro la persona e la violenza contro le cose. Il punto focale di chi vorrebbe un modo non violento di protestare sta proprio nel non essere capace di interpretarne il modo. La violenza, in generale, è intesa come il danneggiare una persona in maniera fisica e/o psicologica. Il danneggiare, spesso, viene da coloro che ricoprono “cariche” che vogliono far pesare su coloro i quali su quelle non si possono, inevitabilmente, posare. Qualsiasi nomina che si possa utilizzare viene, inevitabilmente, imposta su chi non la può usare, sentendo poi un inviso tentativo di voler giustificare. La violenza contro le cose, il rompere vetrine, abbattere statue è invece il modo di farsi ascoltare andando ad utilizzare quella che in realtà si deve identificare come: distruzione, ma dove sta la differenza fondamentale tra l’una e l’altra? Ancora una volta, è il sociale quello che bisogna osservare. Se la violenza parte da cariche, che vanno comunque a dividere e discriminare, la distruzione nasce da coloro che, in realtà, non vogliono essere e non vogliono discriminare. Coloro i quali non vogliono discriminare sono, di fatto, tutti quelli che sono già discriminati e, a ben guardare, da loro nasce la conseguenza di distruggere vetrine e abbattere anche delle statue. Limitare il protestare significa, ancora una volta, limitare la libertà. Libertà di essere donna e decidere con, sul e per il proprio corpo. Libertà di avere un colore diverso di pelle senza ritrovarsi ancora ad affrontare la questione razzista. Libertà di vivere ed essere trattati in maniera eguale e non diversamente da un ricco proprietario che, sicuramente, meno si dovrà stancare fino a sera prima di poter mangiare e meno si sentirà nobilitato dal dover strafare per lavorare. Libertà di avere e non di aver fatta una morale. Libertà di essere e libertà di fare. È per la libertà che bisogna costantemente lottare, è per quella che occorre sempre essere partigiani. È per la libertà che ci si deve rivoltare ed essendo una rabbia spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.

*Fonti: G. Leopardi, Storia di un’anima. Scelta dall’epistolario./ G. Leopardi, Pensieri.
Francesca Spinelli

Tags: covid-19, italia, resistenza, mondo, rivolta

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