suoni del silenzio logo

sponsor NelBelSalento.it

sponsor NelBelSalento.it

  • Home
  • Opinioni
  • L’AVVENTO DI BETTINO CRAXI E LA MORTE DEL SOCIALISMO ITALIANO

Home

L’AVVENTO DI BETTINO CRAXI E LA MORTE DEL SOCIALISMO ITALIANO

craxiCraxi: più lui rimaneva a dirigere il partito più io me ne allontanavo.

L’ultima polemica politica su Craxi riguarda il rinvio della messa in onda (al 26 novembre prossimo), da parte di Rai3, del film “Hammamet” di Gianni Amelio. La notizia è del 2 ottobre scorso*. La penultima è scoppiata qualche mese prima, il 13 luglio quando la Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dai familiari di Craxi contro gli avvisi di accertamento per tasse evase e da pagare, riferite al 1992 e al 1993. Per la Corte, i soldi depositati in Svizzera erano riconducibili all'ex leader e non al Partito socialista italiano**. I figli di Craxi, Bobo e Stefania, hanno gridato alla censura del film e all’’accanimento giudiziario nei loro confronti.
Che vi devo dire: ogni volta che si riparla di Bettino Craxi, soprattutto nel tentativo di riabilitarlo da parte della stampaccia di destra e dei familiari, mi viene un moto di stizza. Sì, perché rivado indietro nel tempo e mi vengono nella mente il personaggio e il suo cinico decisionismo. In particolare, la memoria mi riporta ad alcune riflessioni (mai pubblicate) che appuntai nel lontano 1986 su una sorta di diario intellettuale. Epoca non sospetta, visto che Mani pulite e il lancio delle monetine non erano ancora alle porte. E così mi sono deciso di pubblicarle.
Allora avevo 38 anni compiuti da poco. A quella data Craxi era al governo, nel pieno del suo potentato politico. Vivevo a Milano già da nove anni (ci sono rimasto sino al 1994). Mi trovavo quindi proprio nell’epicentro del feudo elettorale e clientelare dei socialisti dell’epoca. Quelli che hanno la mia età, anche se in quegli anni non vivevano nella capitale lombarda, riconosceranno senz’altro il contesto storico di riferimento.
Il socialismo è stato, intorno ai vent’anni, il mio primo amore politico. Ci ho messo dentro tutto: l’anima, la passione, l’impegno, la propaganda, l’energia intellettuale e il vigore fisico proprio di quell’età; e in un momento storico – il Sessantotto – tra i più esaltanti e a suo modo formativi del nostro secondo dopoguerra, della nostra neonata e tormentata democrazia.
Che il Partito socialista fosse gestito da Mancini o De Martino, per me non faceva differenza. Quello che contava era l’impatto creativo, con una visione del mondo arricchente, l’abbraccio con un mondo ideale che ti assorbiva ma non in maniera totalizzante, la milizia sacerdotale in una religione laica e critica. 
La tecnica della politica, il ministerialismo, il sottobosco governativo, la subalternità alla Dc e al Pci, lo spappolamento del corpo organizzativo del partito fin nelle sue ramificazioni periferiche: tutte cose che c’erano e che vedevo, ma c’era anche la linfa vitale dell’Idea, che me le faceva costantemente sopportare. Le esorcizzavo tramite il quotidiano contatto idealistico, nella Fgsi, con i compagni coetanei, pieni del loro entusiasmo politico; o attraverso l’interesse preferenziale con gli aspetti culturali del socialismo; o esercitando la polemica continua e moralizzatrice contro le pastette amministrative del partito degli adulti.
Poi è venuto Craxi. E con lui la censura alla Fgsi, che oggi è gestita addirittura dal figlio!; la grinta carrieristica dei quarantenni, oggi già sui cinquanta: Martelli (subalternità e cinismo), Manca (o P2), Signorile (povero Lombardi, si rivolta nella tomba), Labriola (ancora P2), Fabrizio Cicchitto (di nuovo P2); la iattanza del partito, che non è aumentato di un voto in un decennio ma si sente lo stesso l’ombelico della vita politica italiana; et similia.  
Infine, sono venute le monete. Tante. Un solo esempio: il Piemonte, con tutto il vertice regionale del partito in galera. Per tutta risposta, il Psi ha inaugurato una ignominiosa campagna scandalistica, diffamatoria e anticostituzionale contro la magistratura. Che Forattini, o altri, raffiguri Craxi, da sempre, in camicia nera, vorrà pure dire (al di là del linguaggio esagerato tipico della satira) qualcosa.
Adesso che lui, il Craxi nazionale, il decisionista di carta, è da circa due anni al potere, il Paese non è avanzato di un millimetro verso sinistra. Anzi, è indietreggiato verso destra. Che triste storia quella dei nostri uomini politici di sinistra! Basta un cadreghino perché mutino pelle. Crispi e Mussolini, se è lecito paragonare le cose grandi a quelle piccole, insegnano. La storia si ripete, a parte le dovute differenze, con implacabile e inesorabile puntualità.
Quanti bei propositi, quanti sogni giovanili svaniti nel grigio orizzonte di una affaristica degenerazione politica e di una impotenza ideologica, entrambe vestitesi con i panni del socialismo. Il sano riformismo dell’Italia democratica e libertaria, il meglio della cultura politica in un Paese a stragrande maggioranza angustamente catto-comunista, è finito nelle mani di un burocrate, di un prodotto dell’apparato di partito, di un uomo senza mestiere e per niente colto: che ha fatto del professionismo politico l’unico mezzo per vivere, che ha eretto un monumento al cumulo delle cariche di partito e ha incardinato nei posti-chiave i suoi scagnozzi più servili.
Intanto sono aumentati i disoccupati, il Sud retrocede rispetto al Nord, i padroni hanno rialzato il tono della voce. Ciò che è venuto di buono negli ultimi quindici anni lo dobbiamo soprattutto ai radicali, che hanno fatto sempre da volano nelle battaglie civili. Ora si sono infangati anche loro. Sì, certo, tanto can-can sull’inflazione che scende, ma solo a parole: sono calati di poco i prezzi all’ingrosso, non però di quelli al dettaglio. Meriti nostri, comunque? Neanche per idea. Bisogna ringraziare la congiuntura economica internazionale, cioè il dollaro che va giù e gli sceicchi, che, litigando tra di loro, hanno fatto precipitare il prezzo del petrolio. E quando smetteranno di litigare?
Sì, certo, ora facciamo parte del “club dei 7” (o, come si dice più realisticamente, “club 5+2”, dove l’Italia – si capisce – è compresa in quel 2, insieme col Canada). Ma per merito di chi e a quale prezzo? Per Reagan e a caro prezzo. Appena Craxi è ritornato da Tokio, dove si è tenuto il vertice dei grandi, ha subito ripetuto l’ordine impartitogli da Reagan: dobbiamo chiudere con Gheddafi. Ecco il prezzo salatissimo che dobbiamo pagare.
Oh, sia chiaro: con Gheddafi, se è il caso, non bisogna andare troppo per il sottile. Solo che dobbiamo deciderlo noi, non ce lo deve imporre Reagan. Ma tant’è: contiamo, e vogliamo contare, due di briscola in politica estera. Se fosse passato il duro ostracismo della Francia e dell’Inghilterra, che non volevano farci sedere tra i più ricchi Paesi del mondo, forse avremmo fatto più bella figura: vittime e, potenzialmente, liberi.
L’ultima pagliacciata è quella della “lira pesante” o “nuova lira” o “lirona”. Togliere tre zeri ai nostri conti è un’operazione che si può anche fare. Ma è soltanto “maquillage”, riverniciatura della facciata. I mali rimarranno integrali. I rimedi stanno altrove. Eppure la fretta orgasmica con cui Craxi, all’insaputa dei suoi partners di governo, ha messo all’ordine del giorno il provvedimento sa tanto di patetico. Come a dire: ce l’ho fatta a sconfiggere l’inflazione, o, che è lo stesso, quand’ero io presidente del Consiglio è stata varata la nuova lira.
Per adesso, però, la mossa repentina è andata frustrata: repubblicani, socialdemocratici e democristiani (i liberali no, forse perché distratti dal loro congresso) si sono opposti recisamente e tutto è stato rimandato. Sarà per un’altra volta. Craxi non è tipo che si fa inibire l’appetito così facilmente.
La mia milizia politica nel Psi ha avuto un andamento inversamente proporzionale alla gestione Craxi: più lui rimaneva a dirigere il partito più io me ne allontanavo. Fino al mio abbandono di campo definitivo. Oggi la stella polare del socialismo è ancora in me, naturalmente decantata alla luce di una maturità che è venuta con il tempo. Non vi è più il partito, però. È rimasta l’Idea, anche se ha le gambe amputate. Peccato che a un socialismo parolaio e inconcludente sia stato sostituito un socialismo autoritario e malavitoso.
Pietro Filomeno
(Milano, 14 maggio 1986)
 

Tags: politica, italia, europa, antifascismo, leader

Stampa